Finalmente il weekend! Posso indossare quel vestitino nuovo, strizzare l’occhio ad una scollatura più audace, un filo di eye-liner per guadagnare occhi magnetici e sensuali…e perché no? Un tacco che mi permetta di librarmi leggera e superiore sul resto dell’umanità! Sono pronta a solcare le passerelle della città e raggiungere il centro in orario da aperitivo.
Cammino come se fossi posseduta dalla dea dell’eleganza: le dita sfiorano i capelli e sorrido mentre tutt’intorno le luci del tramonto baciano i tetti dei dei palazzi. Eppure questa serenità durerà poco. Eccolo lì, quell’individuo a metà tra un bovino villoso e un ominide, alla guida della sua Fiat Brava color ruggine, il braccio sinistro fuori dal finestrino abbassato, occhiali da sole tattici e dentatura che brama il controllo di un odontoiatra. Mi guardo. Lo guardo. Dentro ho un conato di disgusto. Lui fischia. Favella. “Dove vai? In macchina c’è posto!”. E rallenta la sua marcia per godersi meglio lo spettacolo, mentre io, ricordandomi della dea dell’eleganza che è ormai in me, imbocco il sentiero della pazienza e decido di farci un pic-nic.
L’incontro ravvicinato con questo esemplare di fauna maschile sarà durato circa 120 secondi. Mon Dieu, i due minuti peggior della mia vita! Corro dalle mie compagne di Spritz e gossip e vomito loro addosso il fatto di essere stata molestata. Ancora? L’ennesimo episodio di machismo tossico. Le mie sodali sono tutte d’accordo con me: ‘sti suini! Come si permettono?
Sono ancora intenta ad asciugare lacrime di dolore, quando accanto al nostro tavolo un dio greco si siede ed ordina un Gin Tonic. Ci guarda. Lo guardiamo. Ci sorride. Ci sciogliamo. Si lecca le labbra. Pensiamo di fare un test di gravidanza. Il drink è pronto. Lo sorseggia con una serenità tale che noi ninfette dell’erotismo urbano scorgiamo ogni singola goccia che gli attraversa la trachea. Posa il bicchiere ed esclama con voce profonda: “Tutte singles? Volete divertirvi?”. Ai posteri chiedo: secondo voi, quale sarà stata la pensata?
Ancora intente a selezionare le posizioni (non lavorative) da proporre a quel bronzo di Riace, veniamo attratte da un ometto esilino, in apparenza ingenuo e goffo, madido di sudore, sicuramente non avvenente, che poggia il casco sul tavolo dello stesso locale ed ordina un caffè. Io, la donna stuprata dall’uomo con la Fiat Brava, e le mie amichette ci mettiamo a ridere. E non è una risata innocente. No, tutt’altro: è squillante, maligna, a tratti sibilata, sardonica. E a questa si aggiungono commenti per nulla taciuti. Nel frattempo per un breve istante si è volatilizzato il trauma dell’individuo villoso che mi ha fischiato dalla sua macchina.
Alla fine di questo fantomatico aperitivo ritengo che sia necessaria una domanda alle mie sorelle donne: il commento da parte di un uomo diventa stupro se a farlo è qualcuno che fisicamente non è ci gradito? Perché già vi vedo a civettare , se dovesse verificarsi il contrario. E ciò che trovo diabolico è che, nel difenderci dalle pretese (anacronistiche ed ingiuste, questo è certo) degli uomini di ritenersi proprietari del corpo delle donne, come scudo attingiamo a nient’altro che al serbatoio degli anatemi sull’aspetto fisico.
Parlare del catcalling come di uno stupro ritengo sia abominevole, oltre che fuorviante ed ipocrita. E non userò come argomentazione quella di tirare in ballo coloro le quali hanno vissuto la lacerazione di uno stupro, fisico e/o psicologico, reale, con tutte le funeste conseguenze. Penso, invece, che sia necessario rivedere i propri comportamenti, orientarli verso una certa onestà intellettuale, proseguire nell’intrigante gioco della seduzione secondo un determinato stile, magari non offensivo ambo le parti, focalizzato sul rispetto di una regola basilare, che a molti potrebbe apparire perfino banale: dall’altra parte c’è una persona.
E non ci si può ergere a paladine del femminismo solo quando ci pare e piace.
E magari allentare un po’ le maglie del politicamente corretto, perché tra quest’ultimo e la censura oramai il confine è diventato pericolosamente troppo sottile.