
Come è noto a tutti, in questi giorni nelle sale viene proiettato l’ultimo film del cineasta britannico Christopher Nolan, “Odissea”. E gli italiani in meno di una settimana sono passati da allenatori nel pallone a critici cinematografici o, meglio ancora, esperti del poema omerico che Friedrich August Wolf spostati proprio! Ho letto diverse recensioni, più o meno entusiastiche: alla fine ho deciso di sfruttare una noiosa domenica di scirocco afoso e imperante misantropia per assistere alla proiezione del film.
Faccio una necessaria premessa: come si può evincere dal titolo dell’articolo, il mio intervento non punta a dare l’ennesima recensione tecnica sul film, perché non ho le competenze per farlo. Mi preoccuperò solo di distinguere i diversi piani di lettura con cui ho portato a termine (talvolta a fatica) la visione della pellicola.
Dal punto di vista meramente filologico, mi sono approcciata con lo sguardo di chi ha studiato e letto, tradotto, amato un poema che, secondo l’anonimo autore del trattato “Sul sublime” (ndr: trattato di estetica del I secolo d.C., attribuito forse a Pseudo Longino), apparterrebbe alla fase matura di Omero per via del contenuto incentrato sulla figura poliedrica e complessa di Ulisse. E già sull’esistenza dello stesso Omero…chissà!
Tornando al film, le discrepanze con i 24 libri dell’Odissea sono enormi e macroscopiche, ma non voglio elencarle perché sarebbe opportuno leggere il testo originale e lasciarsi trasportare nei gorghi di quelle meravigliose pagine di letteratura mondiale. Rispetto al contenuto, il regista ha scelto di fornire un kolossal impastato di americanate, di dialoghi poco fedeli al testo, di personaggi sfumati e dipinti con poca passione. Alla fine del film mi sono resa conto di essere stata a digiuno di ciò che per me ogni forma d’arte deve restituirmi: la poesia. Nella lettura di Nolan mancano la suggestione, il disincanto, i colori dell’anima. Appena accennato il tema del νόστος (nostos), del ritorno a casa, che Odisseo (Ulisse per i Romani) nel poema omerico affronta come un dolore atroce, lancinante, quando ricorda la sua patria ed è tenuto prigioniero da Calipso presso l’isola di Ogigia da sette anni. Si è scelto di sacrificare l’aspetto della nostalgia, intesa come la sensazione di appartenere ad una passato da cui non si riesce a fuggire; quel passato che ritorna nei sogni notturni, nelle difficoltà del presente, nella consapevolezza che crescere significa abbandonarsi alla certezza che situazioni, affetti, persone, odori, sapori, visioni, paesaggi, suggestioni vivono sepolti dai sedimenti del tempo e magari non potranno più miseramente ritornare.
Tuttavia, ogni essere umano elabora un personale concetto di estetica: in base al mio, il film non è stato di mio gradimento.
Eppure, mentre le scene andavano avanti e la memoria di Ulisse ripercorreva le tappe del suo tragitto dalla caduta di Troia in poi, ho concentrato la mia analisi proprio sulla figura del protagonista, cercando di partire dall’aggettivo con cui nel proemio omerico essa viene definita.
πολύτροπος, polytropos, uomo “dal multiforme ingegno”, uomo “capace di volgere la propria mente in base alle situazioni”. Ulisse è da sempre l’emblema dell’astuzia, dell’inganno, della sete di conoscenza, dell’intelligenza pratica, in contrasto agli stolti compagni. Ulisse merita l’Inferno dantesco, ha sovvertito le regole imposte da Dio; è audace e scaltro, capace di sentimenti lirici e sfide al limite dell’umano. Ulisse è colui che decide le sorti della decennale guerra di Troia con l’inganno del cavallo di legno falsamente donato ai Troiani (ndr: l’episodio del cavallo di Troia è narrato nel II libro dell’Eneide, non nell’Odissea).
Allora mi sono chiesta: in una mitica guerra che vide scontrarsi due mondi, quello occidentale dei Greci e quello orientale dei Troiani, può un unico uomo esser stato capace di determinare con la frode la superiorità di un sistema di pensiero? Pur obbedendo a quello che sarà il motto kantiano e programma illumistico del Sapere Aude! (Abbi il coraggio di servirti del sapere e della conoscenza), Ulisse non si è forse reso colpevole di morte e distruzione solo per i capricci di Agamennone e Menelao? Non ha forse veicolato il messaggio per cui Troia è caduta per mano della più grande civiltà che gli essere umani abbiano mai conosciuto (questa battuta ritorna spesso nel film)? Insomma, la storia gloriosa dell’Occidente non ha forse preso avvio dall’atavica pretesa che noi collocati lì dove il sole tramonta abbiamo da sempre posseduto le chiavi del potere e rivestito una missione civilizzatrice nei confronti del variegato mondo orientale? Per i Greci tutti coloro che non parlavano il greco erano βάρβαροι, barbari, e conosciamo l’accezione dispregiativa acquisita dalla parola con il passare del tempo tramite la mediazione della Roma imperiale. Neppure la conclusione della Guerra Fredda ha posto fine alla terribile (e voluta) dicotomia tra Oriente e Occidente, dipinti ancora come dimensioni inconciliabili, Cristiani contro Islamici, regni di dei diversi, velo sì e velo no, capitalismo verso teocrazia, progresso contro arretratezza, modernità verso passato.
Odisseo è stato il capostipite di una nuova concezione della lotta, nella quale l’uomo occidentale, dotato di astuzia fraudolenta e portatore sano di “civiltà”, è capace di abbattere mura ciclopiche e di sottomettere un mondo per il quale ancora oggi proviamo diffidenza.
Eppure, al di là di ogni relativismo geografico, siamo sempre il sud e l’oriente di qualcuno…basterebbe ogni tanto ricordarselo.
