Che fatica essere donne!

8 marzo: giornata internazionale delle donne.

25 novembre: giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Chissà quante volte gli uomini si saranno chiesti se mai verrà istituita almeno un’ora internazionale dedicata ai loro simili penedotati.

Mi rivolgo alla vostra popolazione, non sia mai che non vi sentiate coinvolti: la volete questa giornata internazionale maschile? Ritenete che ce ne sia la necessità impellente e/o urgente? In particolare gradirei una risposta dai fanciulli della generazione Z (ossia quelli nati tra il 1997 e il 2012). Secondo un sondaggio condotto dall’Ipsos in collaborazione con il King’s College di Londra e che ha coinvolto 23mila individui di età compresa fra 12 e 74 anni in 29 Paesi, tra i quali figurano, ad esempio, la Thailandia, il Cile, l’Indonesia, l’India, la Gran Bretagna e l’ Italia, 1 giovanotto su 3 propone vecchie (e si credeva superate) idee sulle donne: affermazioni che prevedono che all’interno del matrimonio il potere decisionale spetti al marito (paradossalmente questa opinione risulta due volte meno diffusa tra gli uomini boomer!); che spetti alle donne l’accudimento dei figli (in Italia questo dato è attestato al 55% contro una media di indagine del 52%); che nei rapporti interpersonali la donna non debba mai prendere l’iniziativa (ndr: e non credo perché ci troviamo di fronte a cavalieri medievali dei tempi che furono!). E questi sono solo alcuni dei criteri che ho voluto citare a titolo esemplificativo. La notizia è riportata dall’Ansa ed è datata 6 marzo 2026. Ci tengo a precisare 2026 dopo Cristo.

E mi risuonano così terribilmente profetiche le parole di Medea(d’altronde era una maga!) nella tragedia omonima di Euripide, rappresentata nel 431 a.C.: “Tra tutti gli esseri, che hanno vita e raziocinio/ noi donne siamo le creature più infelici: /e bisogna che noi compriamo un marito a perso d’oro/ e lo prendiamo come padrone del nostro corpo/ e quest’ultimo male è più doloroso del primo” (vv. 230-234). Da donna ripudiata e ferita nell’esercizio della scelta di aver preferito l’amore di un uomo alla famiglia, più avanti, lapidaria, afferma “Come preferirei tre volte stare presso lo scudo/piuttosto che partorire una sola volta”( vv. 250-251).

Circa vent’anni dopo Lisistrata (colei che scioglie gli eserciti), nell’omonima commedia di Aristofane, in un clima funesto a causa di una guerra che da troppi anni sparge sangue nelle famiglie di tutti, bandisce uno sciopero sessuale per convincere gli uomini a fare la pace e in un lungo agone drammatico rivendica il diritto femminile ( e direi umano) di non tacere davanti alle atrocità, di esercitare il diritto alla libera espressione anche quando il marito ti dice di stare zitta e di andare in casa a filare la lana perché la guerra è affare da uomini.

Questo è solo uno spaccato letterario dell’antichità classica. E qual è la nostra situazione a distanza di 2500 anni? Vorrei soffermarmi sulla bocciatura della proposta di congedo parentale paritario da parte della Ragioneria dello Stato perché pare manchi la copertura economica per equiparare i diritti ei doveri di madri e padri nell’assistenza ai figli, assicurando loro 5 mesi di tutela a stipendio pieno. Ad ora in Italia il congedo di maternità è obbligatorio e dura 5 mesi durante i quali la donna lavoratrice percepisce un’indennità dell’80% della retribuzione; di contro il congedo di paternità dura 10 giorni lavorativi, retribuiti al 100%, e può essere richiesto (quindi è eventuale) dai padri nei due mesi precedenti e fino ai cinque mesi successivi alla nascita del figlio. Ovviamente si parla in linea di massima e in questa sede non sono censite le mille casistiche normative…ma alla faccia del Welfare State! E ti credo che la generazione Z deleghi l’accudimento della prole alle donne! Per la serie: “li avete partoriti, ora ve li tenete!”.

E chi dobbiamo ringraziare per questo? L’elettorato. Ebbene, ringraziamo tutti voi che godete del diritto di voto e lo esercitate (purtroppo) in modo esecrabile. Rendiamo onore a coloro i quali e a coloro le quali festeggiano le morti in mare di uomini, donne e bambini e poi lamentano il costo troppo elevato della retta degli asili nido o, peggio, l’assenza di strutture di assistenza genitori nei primi anni di vita delle creature che dovrebbero costituire il tessuto sociale, culturale e d economico degli anni a venire.

Ma oggi è la festa della donna, è la nostra festa: sorridiamo davanti a quel mazzettino di patriarcale e capitalistica mimosa.

L’ipocrisia del catcalling

Finalmente il weekend! Posso indossare quel vestitino nuovo, strizzare l’occhio ad una scollatura più audace, un filo di eye-liner per guadagnare occhi magnetici e sensuali…e perché no? Un tacco che mi permetta di librarmi leggera e superiore sul resto dell’umanità! Sono pronta a solcare le passerelle della città e raggiungere il centro in orario da aperitivo.

Cammino come se fossi posseduta dalla dea dell’eleganza: le dita sfiorano i capelli e sorrido mentre tutt’intorno le luci del tramonto baciano i tetti dei dei palazzi. Eppure questa serenità durerà poco. Eccolo lì, quell’individuo a metà tra un bovino villoso e un ominide, alla guida della sua Fiat Brava color ruggine, il braccio sinistro fuori dal finestrino abbassato, occhiali da sole tattici e dentatura che brama il controllo di un odontoiatra. Mi guardo. Lo guardo. Dentro ho un conato di disgusto. Lui fischia. Favella. “Dove vai? In macchina c’è posto!”. E rallenta la sua marcia per godersi meglio lo spettacolo, mentre io, ricordandomi della dea dell’eleganza che è ormai in me, imbocco il sentiero della pazienza e decido di farci un pic-nic.

L’incontro ravvicinato con questo esemplare di fauna maschile sarà durato circa 120 secondi. Mon Dieu, i due minuti peggior della mia vita! Corro dalle mie compagne di Spritz e gossip e vomito loro addosso il fatto di essere stata molestata. Ancora? L’ennesimo episodio di machismo tossico. Le mie sodali sono tutte d’accordo con me: ‘sti suini! Come si permettono?

Sono ancora intenta ad asciugare lacrime di dolore, quando accanto al nostro tavolo un dio greco si siede ed ordina un Gin Tonic. Ci guarda. Lo guardiamo. Ci sorride. Ci sciogliamo. Si lecca le labbra. Pensiamo di fare un test di gravidanza. Il drink è pronto. Lo sorseggia con una serenità tale che noi ninfette dell’erotismo urbano scorgiamo ogni singola goccia che gli attraversa la trachea. Posa il bicchiere ed esclama con voce profonda: “Tutte singles? Volete divertirvi?”. Ai posteri chiedo: secondo voi, quale sarà stata la pensata?

Ancora intente a selezionare le posizioni (non lavorative) da proporre a quel bronzo di Riace, veniamo attratte da un ometto esilino, in apparenza ingenuo e goffo, madido di sudore, sicuramente non avvenente, che poggia il casco sul tavolo dello stesso locale ed ordina un caffè. Io, la donna stuprata dall’uomo con la Fiat Brava, e le mie amichette ci mettiamo a ridere. E non è una risata innocente. No, tutt’altro: è squillante, maligna, a tratti sibilata, sardonica. E a questa si aggiungono commenti per nulla taciuti. Nel frattempo per un breve istante si è volatilizzato il trauma dell’individuo villoso che mi ha fischiato dalla sua macchina.

Alla fine di questo fantomatico aperitivo ritengo che sia necessaria una domanda alle mie sorelle donne: il commento da parte di un uomo diventa stupro se a farlo è qualcuno che fisicamente non è ci gradito? Perché già vi vedo a civettare , se dovesse verificarsi il contrario. E ciò che trovo diabolico è che, nel difenderci dalle pretese (anacronistiche ed ingiuste, questo è certo) degli uomini di ritenersi proprietari del corpo delle donne, come scudo attingiamo a nient’altro che al serbatoio degli anatemi sull’aspetto fisico.

Parlare del catcalling come di uno stupro ritengo sia abominevole, oltre che fuorviante ed ipocrita. E non userò come argomentazione quella di tirare in ballo coloro le quali hanno vissuto la lacerazione di uno stupro, fisico e/o psicologico, reale, con tutte le funeste conseguenze. Penso, invece, che sia necessario rivedere i propri comportamenti, orientarli verso una certa onestà intellettuale, proseguire nell’intrigante gioco della seduzione secondo un determinato stile, magari non offensivo ambo le parti, focalizzato sul rispetto di una regola basilare, che a molti potrebbe apparire perfino banale: dall’altra parte c’è una persona.

E non ci si può ergere a paladine del femminismo solo quando ci pare e piace.

E magari allentare un po’ le maglie del politicamente corretto, perché tra quest’ultimo e la censura oramai il confine è diventato pericolosamente troppo sottile.

Il corpo che parla.

Da quando è stato scoperchiato il vaso di Pandora sulle pagine “Mia moglie” e “Phica.eu”, ho usato tutta la fantasia di questo mondo per immaginare le reazioni di qualcuno tra i migliaia di iscritti. Et voilà! Mi sono immedesimata in Genoveffo, 53 anni, libero professionista, alto borghese, casa in quartiere altolocato, ed in Fanfullone, 50 anni, operaio un’azienda di piccole dimensioni, residente in un umido quartiere popolare.
Cos’hanno in comune Genoveffo e Fanfullone? Estranei l’uno all’altro, un matrimonio che dura da circa di 15 anni, due figli, di cui una ragazza adolescente, ed una vita senza grandi scossoni, totalmente abitudinaria: 8 ore di lavoro al giorno, ogni tanto un partita a padel, seguita da una birra con gli amici, la pizza di famiglia il sabato sera, le foto incorniciate delle comunione dei figli. Insomma, due italiani medi: due padri di famiglia, due perfetti prototipi dello scorrere immobile della quotidianità. Quotidianità che vanta una diversificata palette di colori, che va dal grigio antracite al grigio ratto di laboratorio, passando dal grigio asfalto consumato (senza passare dal via!)…l’evoluzione postmoderna del taedium vitae di senechiana memoria.


Eppure a riscaldare i cuori (e non solo!) di questi individui non può più bastare la fioca luce dell’abat-jour del comodino, lasciata accesa a mo’ di emblema di una passione erotica coniugale che si sta estinguendo come i gorilla di Cross River. Da giorni gli amici del padel inviano link di accesso a due piattaforme tramite le quali spiare e commentare foto inedite, scattate a donne, di qualsiasi età ed ubicazione geografica, in pose talvolta ammiccanti, ignare di essersi trasformate nei soggetti prediletti di questi novelli fotoreporter delle periferie.

Ecco che una piovosa sera di febbraio davanti agli occhi di Genoveffo e Fanfullone appare la luce: guarda quella che seno, che abbondanza, tutta da leccare! Un utente chiede: “Questa è mia moglie, cosa le fareste? Scatenatevi!”. All’improvviso Genoveffo con dita lussuriose risponde: “Giù, sotto di me, sottomessa” e Fanfullone, rincarando la dose con suina compiacenza, riprende il commento: “La scambierei con la mia”. Genoveffo capta la proposta. Ci pensa. Probabilmente tutto ciò potrebbe riaccendere la scintilla di una vita matrimoniale agonizzante. Genoveffo ci pensa: troppi dubbi, troppi rimorsi etici…e basta! Contatta in privato Fanfullone e, a seguito di un rapido scambio di messaggi, il baratto è accordato.

Una donna, una moglie, una madre, un essere umano trattato come merce. Dall’altra parte l’ancestrale pretesa del maschio di gozzovigliare sul corpo femminile. Alcuni di voi si ubriacherebbero di questa sporca virilità. Alcuni di voi sono capaci di esistere solo in virtù del sesso che talvolta non sanno nemmeno praticare. E il dramma terribile che meriterebbe, a mio avviso, di essere sottolineato è che a queste donne, inconsapevoli, fragili, innamorate o no, avete strappato la voce. In quelle foto mute, eppure conturbanti. In quelle foto sinuose, eppure innocenti. La donna che, in questa società che non si è mai risvegliata dal torpore democristiano, ogni giorno cammina con il peso della necessità di vedersi femmina e vergine. Meglio madri perché sono le ovaie a contare, non l’animo di una persona. Meglio magre e prosperose, sempre in forma, perennemente presentabili come un prestigioso accessorio. Se, tuttavia, si dimostra carattere, lì scatta quel paragone abominevole: quella- è -una -femmina- con -le- palle. Come se la sede deputata all’assertività sia esclusivamente il testicolo maschile, non il cervello di qualsiasi individuo!

Poi puff…! vi hanno scoperto!! Squittiscono nervose richieste di chiusura dei profili e di rimozione dei commenti! Ed ora dove sono finite le palle? Schiacciate dal senso di colpa o dalla paura dello stigma sociale?

A voi uomini complici di questo scempio pongo un unico interrogativo: quand’è che capirete che il nostro corpo non vi appartiene?